“Un lavoro per dire ci sono”, il sogno normale di un ragazzo speciale

"Un lavoro per dire ci sono", il sogno normale di un ragazzo speciale

«Ripartiamo». È questo lo slogan scelto per celebrare oggi la giornata nazionale delle persone con sindrome di Down del 2021.

Nelle piazze di tutta Italia si stanno organizzando eventi per sensibilizzare cittadini e istituzioni sui tanti diritti negati. Uno su tutti, il più importante: quello al lavoro.

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Proprio sul tema abbiamo ascoltato la famiglia di Antonio Mele di Lapio, 19enne affetto da sindrome di down. Un ragazzo dai tanti sogni che vuole solo realizzare in fretta.

Antonio e il problema di tanti

Antonio si è diplomato da meno di un anno all’Istituto Alberghiero di Avellino. Il problema di quasi tutti i ragazzi della sua età è uno: riuscire a trovare lavoro.

Negli anni, grazie all’aiuto di compagni, docenti e dirigente, Antonio è riuscito a fare tante esperienze in ristoranti, bar e locali.
È un ragazzo pieno di forza di volontà e soprattutto di capacità. Va solo aiutato le prime volte.

La famiglia ci ha detto: «Questi ragazzi finito il percorso scolastico con il diploma, sono lasciati da soli. Si fa tanto a parlare di integrazione, anche se non ci sono possibilità reali. Non c’è nessuno che li faccia sperimentare e mettere davvero in gioco».

Le tante capacità dei ragazzi down

«I ragazzi con sindrome di down sono molto metodici, precisi e ordinati», ci ha spiegato la cugina psicologa di Antonio, Giusy. Potrebbero affacciarsi a molti mondi lavorativi.

«Sono autonomi, assolutamente, ma devono essere sostenuti e indirizzati». In caso di assunzione infatti sarebbe necessaria la presenza costante di un tutor che li aiuti nel comprendere come svolgere al meglio le proprie mansioni.

La necessità di farli sentire “parte della società”

Dare un lavoro a questi ragazzi non è una questione puramente economica. È importante che i ragazzi come Antonio siano impegnati, che si sentano utili.
Le tante ore della giornata non possono e non devono passarli in casa in quattro mura.

Per fortuna Antonio riesce a tenersi impegnato. La mamma ci ha raccontato del grande aiuto che fornisce in famiglia.

«È bello vedere la sera quando va a letto leggere sul volto di Antonio la soddisfazione di essere stato utile a qualcuno. È solo questo che conta per lui».

Antonio Mele e la mamma Maria Grazia
Antonio Mele e la mamma Maria Grazia

La voglia di un lavoro per crearsi una vita

Antonio è uno di quei ragazzi che vuole a tutti costi una propria indipendenza. Desidera trovare lavoro e non perde mai occasione per ribadirlo.

«Ogni volta che si apre una discussione, Antonio ci ricorda sempre che vuole lavorare. È il prerequisito per sviluppare il resto della vita e trovare una ragazza», ci ha confessato la mamma.

A Lapio il 19enne è ben voluto. A scuola è stato fortunato. Adesso la famiglia sta iniziando a presentare le carte all’ufficio di collocamento. La burocrazia è tanta.

«Oggi voglio fare un appello a tutti – ha affermato la mamma di Antonio -. Ci sono tanti ragazzi affetti dalla sindrome di down nelle nostre comunità che cercano riscatto. Vogliono solo entrare a far parte della società».

«Non lo dico solo da madre, ma da donna che vuole sentirsi parte di una società più giusta. Un posto dove nessuno sia lasciato indietro per davvero. Slogan simili sono abusati, ma credo che la loro essenza sia genuina. I tanti Antonio che ci sono nei nostri paesi, spesso silenziosi in attesa di un’opportunità, meritano di non essere lasciati soli».

Antonio ha anche un’aspirazione politica.

«In un futuro il suo sogno è diventare sindaco di Lapio. Lo dice sempre – ci ha rivelato la mamma -. È poi un grande appassionato di tecnologie».

«Noi non pretendiamo un lavoro a tempo pieno per Antonio – continua – ma almeno la possibilità di occupare la giornata e fare nuove esperienze».

La necessità di un piano ad hoc

La famiglia di Antonio ha sperimentato tutte le difficoltà che i ragazzi affetti da sindrome di down trovano sul loro cammino.

Per risolvere questa problematica si potrebbero creare dei progetti dedicati a loro. Aziende ed enti locali potrebbero portare avanti questa battaglia e, perché no, trarne beneficio sia sotto l’aspetto economico che umano.

La cugina di Antonio ci ha detto che a Roma sono state assunte delle persone down alla Stazione Termini. Fanno da segretari e svolgono molto bene le loro mansioni.

Grazie all’aiuto di un tutor i ragazzi sono riusciti a muoversi in giro per la città da soli e si sono aperti alle relazioni e alla società.
Questa è la prova che, con un po’ di impegno da parte di tutti, anche loro possono davvero riscattarsi e dare un senso alla loro vita.

«Io li chiamo ragazzi sorriso – ha spiegato la mamma del 19enne -. Sono pieni di sogni e voglia di fare. Antonio è stato un dono per me e per tutti quelli che lo conoscono».

«Il messaggio che voglio lanciare è sensibilizzare il contesto pubblico ad aprirsi a offrire queste esperienze a persone come loro. Sono ragazzi validi che hanno solo bisogno di opportunità. Dimenticarsi di loro, significa cancellarli per sempre».

Calisthenics ad Avellino. L’idea del 19enne Adrian per la città

Calisthenics ad Avellino. L'idea del 19enne Adrian per la città

Fare sport gratuitamente ad Avellino è possibile? Torniamo sulla questione della mancanza delle apposite strutture in città.

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Dopo l’inchiesta sui campi da calcio dei giorni scorsi, oggi parleremo della proposta di un giovane, Adrian Cambareri. Il 19enne vuole lanciare un appello all’amministrazione comunale cittadina. Vediamola insieme.

Calisthenics: sport all’aria aperta

Adrian è un adolescente che, come tanti, ama fare sport all’aria aperta. La passione del 19enne però non è il calcetto o altri “classici” sport, ma il calisthenics.

Si tratta di una disciplina emergente nell’ultimo periodo che prevede molti esercizi a corpo libero e l’uso di qualche attrezzatura basica come sbarre, anelli e parallele.

Calisthenics: la proposta di Adrian

Adrian, da giovane sportivo con un occhio attento alla sua città, vuole lanciare un appello all’amministrazione comunale.

L’idea è quella di chiedere l’installazione di attrezzi adatti allo svolgimento degli esercizi di calisthenics all’aperto.

Adrian ha già individuato un’area apposita dove potrebbe nascere la nuova piattaforma per gli amanti dello sport a corpo libero: il Campo Coni di via Tagliamento.

Un esempio di struttura per fare calisthenics.
Un esempio di struttura per fare calisthenics.

Calisthenics ad Avellino: come nasce questa passione

«Ho inziato in quarantena a casa visto che il calisthenics non richiede attrezzature molto particolari», ha esordito Adrian spiegando come è nata la sua passione per questo sport.

«Nei miei allenamenti che ho fatto al Campo Coni, ho incontrato diversi appassionati di questo sport».

Come ha giustamente sottolineato Adrian, la struttura di via Tagliamento è l’unico posto pubblico dove gli sportivi possono dedicarsi liberamente alla cura del proprio corpo anche se sono costretti ad adattare sbarre, spalti e sedute per svolgere gli esercizi principali.

Calisthenics ad Avellino: l’idea della palestra all’aperto

L’idea di Adrian è quella di creare un palestra all’aperto per tutti gli appassionati di calisthenics.

Lo spazio per installare una piattaforma per questi esercizi al Campo Coni c’è. Si tratta infatti di semplici attrezzi come sbarre e parallele.

«Sarebbero utili sia ai giovani che vogliono fare sport, sia a chi vuole approcciarsi al mondo militare per esempio, o a chiunque voglia curare la propria forma fisica», ha detto Adrian.

«Io da giovane avellinese sento questa necessità perché il calisthenics è uno sport come gli altri ed è giusto che anche noi abbiamo le strutture adatte per svolgerlo».

«È assurdo che io mi debba arrangiare con attrezzature che non sono tali pur di fare lo sport che desidero», ha concluso con amarezza.

Il Campo Coni di Avellino.
Il Campo Coni di Avellino.

Compito a casa per l’amministrazione

L’idea c’è e lo spazio per le attrezzature anche. Adesso sono da intercettare solo i fondi per realizzare il progetto di Adrian.

È giusto però sottolineare che si tratterebbe davvero di cifre ridicole per un comune come Avellino. Le piattaforme per il calisthenics si aggirano intorno a qualche migliaio di euro.

I benefici che questo sport potrebbe portare alla città sono tanti. Da nuove opportunità per gli appasionati, alla possibiltà per i ragazzi di approcciarsi al mondo dello sport gratuitamente e facendo nuove amicizie.

Avionica, giovani di nuovo colpiti dalla malapolitica: il caso

Avionica, giovani di nuovo colpiti dalla malapolitica: il caso

Colpire Avionica significa attaccare i giovani della città: quella fetta di Avellinesi che non si sono voluti arrendere alle inefficienze dell’amministrazione comunale, ma che hanno provato a sognare.

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In un giorno, sui media, l’associazione che gestisce il Casino del Principe è passata da eccellenza di Avellino a cancro da estirpare il prima possibile. I dubbi sull’accaduto però sono tanti. Vediamo cos’è successo davvero.

Avionica: arrivano i vigili

Il primo settembre al Casino del Principe, durante un concerto organizzato da Avionica, sono arrivati i vigili urbani di Avellino. I caschi bianchi hanno fermato l’evento condotto dal gruppo nazionale dei Gazebo Penguins per presunte irregolarità relative a una carenza documentale (SCIA).

Sul punto Avionica rischia delle sanzioni e, se necessario, dovrà difendersi nelle sedi competenti; non sul tribunale dei social né dalla gogna mediatica.

Nemmeno il tempo di terminare le operazioni di verifica e riconoscimento dei presenti, regolarmente prenotati online e dotati di green pass, che la notizia è stata diffusa sui media.

“Casino del principe nel degrado. Concerto abusivo: arrivano i vigili per porre fine allo scempio”. Era questo il titolo dell’articolo che non linko volutamente.

In poche ore la macchina del fango è entrata in funzione. Avionica è stata additata come responsabile del degrado di una delle strutture del capoluogo. Ma vediamo bene cos’è successo.

Leggi qui le parole ufficiali di Avionica dopo l’accaduto.

Degrado al Casino del Principe: foto vecchie e false

Presto in città si sono diffuse le immagini del (presunto) “degrado” del Casino del Principe. Stanze storiche adibite a deposito con sporcizia e rifiuti ovunque.

Peccato però che quelle foto non rispecchino la realtà.  Le immagini, infatti, si riferiscono a stanze del Casino gestite dal Comune di Avellino e non nella disponibilità di Avionica.

Aule dove anni fa si sono riunite altre associazioni e realtà.

Il Casino del Principe infatti è stato sfruttato anche per esempio dal Forum dei Giovani, quell’ente sparito improvvisamente e presieduto da Stefano Luongo, attuale assessore al Patrimonio di Avellino (che ha usufruito della sala musica della struttura).

Intanto però, Avionica a ottobre dovrà lasciare il Casino a causa della scadenza della convenzione. I margini di un rinnovo infatti non sembrano esserci.

Lo “strano intervento” dei vigili

Gli uomini del comando di Avellino erano già passati nel tardo pomeriggio al Casino. Proprio quando era presente anche il sindaco Festa per l’inaugurazione di una mostra (il primo cittadino, dopo il controllo dei caschi bianchi, si è detto indignato per quanto accaduto).

I ragazzi stavano organizzando gli spazi per la serata di qualche ora dopo, ed erano iniziate le classiche prove di “rito”.

Intorno alla mezzanotte poi, sono arrivati di nuovo i caschi bianchi. Questa volta accompagnati anche da due pattuglie della Polizia di Stato.

Quello che ha fatto molto riflettere sui social e, perché no, fatto strappare anche un sorriso a qualcuno, è stata la celerità con cui sono intervenute le forze dell’ordine (non sempre accade).

Ma la domanda che sorge spontanea è: come mai il sindaco non ha mostrato la sua indignazione per le condizioni del Casino quando era lì poche ore prima?

Se veramente la struttura è abbandonata al degrado, come mai non ha fatto subito valere il suo ruolo di amministratore?

Le domande sono tante. Le risposte purtroppo no.

Cos’è Avionica?

Avionica è un’associazione cittadina affiliata all’Arci, che ha in gestione dal 2018 diversi spazi del Casino del principe.

Con la vittoria del progetto Jump finanziato dal bando Benessere Giovani infatti, la struttura è stata affidata a diverse associazioni.

Altri spazi poi sono rimasti vuoti e abbandonati in mano all’amministrazione comunale.

Avionica, da prima del covid, ha sempre organizzato eventi e iniziative. Dagli spazi di co-working e aule studio, agli open space e ai laboratori aperti al pubblico.

Con il covid i ragazzi non si sono arresi. Ne sono la prova gli eventi come quello di due giorni fa, gratuito per tutti (previa sottoscrizione a tessera Arci al costo di 7 euro l’anno) ed esibizione del green pass con possibilità di fare il tampone gratuitamente.

Avionica: il grande lavoro che c’è dietro

Ma chi sono questi “criminali” di Avionica (così sono stati dipinti per l’accaduto). Sono semplici ragazzi e ragazze. Sono Avellinesi che non si sono voluti arrendere all’inefficienza della politica.

Sono un gruppo di giovani che dal 2018, nonostante le richieste fatte al comune di siglare un patto di gestione del Casino, hanno provveduto da soli a tagliare l’erba, sistemare i bagni e tutto quello che era stato lasciato all’abbandono.

Il bando vinto infatti, non prevedeva la manutenzione della struttura. Eppure loro lo hanno fatto, sostituendosi all’amministrazione comunale, carente anche in questo.

Avionica è quella realtà che non ha voluto voltare le spalle al futuro della città e che si è voluta opporre in modo netto alla mancanza di serie politiche giovanili ad Avellino

Il concerto era abusivo? Mancava la SCIA? Starà alle forze dell’ordine stabilirlo, ma non è questo il punto. Se c’è qualcuno che ha sbagliato è giusto che venga punito.

L’unica certezza al momento però è che l’immagine e il lavoro di tanti giovani cittadini è stato infangato. E questo non è corretto. In poche righe sono state pubblicate immagini false che hanno messo in dubbio lo sforzo e la passione che Avionica ha messo per il Casino del Principe.

Se i giovani si disinteressano alla città e preferiscono andar via, forse è arrivato il momento di farsi due domande. Chi è responsabile lo sa. Si passi una mano sulla coscienza. Non bastano sorrisi, fuochi e qualche evento per risollevare Avellino. Bisogna agire!

L’idea del 16enne Andrea: Avellino riparta da turismo e digitale

L’idea del 16enne Andrea: Avellino riparta da turismo e digitale

“L’Irpinia è una terra piena di problemi, non c’è futuro qui”. Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase? Per me però le soluzioni devono arrivare dai cittadini.

L’obiettivo del mio blog alla fine è questo: quello di raccogliere idee e segnalazioni dei cittadini che hanno voglia di cambiare le cose.

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Oggi parleremo dell’idea di Andrea Mastroberti, 16enne molto legato ad Avellino che ha voluto fare una proposta all’amministrazione comunale.

Si riparta dal turismo

«Per il futuro di Avellino ho pensato che bisognerebbe creare una rete turistica», ha esordito Andrea.

«Si potrebbe partire dal posizionamento delle classiche cartellonistiche d’indicazione e informative nelle strade della città e vicino ai monumenti principali».

«Un’altra idea è puntare sulla creazione di mappe interattive e tecnologiche da mettere nei luoghi strategici della città».

Ad Avellino non si è mai puntato molto sul settore turistico, eppure questa potrebbe essere un’ottima strategia per risollevare l’economia locale e per dare visibilità al nostro territorio.

Il 16enne Andrea Mastroberti.
Il 16enne Andrea Mastroberti.

Perché nessuno punta sul turismo?

Andrea ha deciso di dare la sua idea sulla questione cultura e turismo ad Avellino: «Credo che nessuno si sia mai interessato allo sviluppo turistico della città».

«I monumenti che abbiamo non vengono valorizzati, il turista non è invogliato a visitarli».

Andrea vive nella provincia di Napoli anche se ha una famiglia di origine irpine, i nonni e la mamma sono di Roccabascerana.

Nonostante lui non viva qui, ha un forte legame con l’Irpinia e in particolare con Avellino.

«Scendo spesso in città anche per fare solo una passeggiata – ha detto Andrea -. Penso che Avellino non abbia fatto molti passi in avanti per diventare un luogo a misura di giovane».

Avellino e i giovani

«Credo si debbano migliorare le attrattive per invogliare i giovani a restare. Molti ragazzi sono andati via per la mancanza di opportunità anche se amano questa terra», ha sottilineato Andrea.

«Al di là del problema sul futuro lavorativo dei giovani, Avellino potrebbe migliorare molto su tante altre tematiche: dalle strutture sportive, all’inclusione sociale, divertimento, intrattenimento e così via».

Avellino che futuro ha?

Andrea è molto ottimista sul futuro di Avellino. «Fin’ora non c’è stata una vera voglia di creare opportunità. Sono convinto che questa città possa tornare a risplendere».

«Avellino ha bisogno di essere curata e amata da tutti. Bisogna ripartire dai giovani».

Per il 16enne infatti bisogna innovare un po’ la città perché molto spesso si tende a pensare Avellino solo in un’ottica post terremoto.

«Bisogna iniziare a voltare pagina e pensare a un’innovazione per la città da un punto di vista digitale e tecnologico…e questo tocca ai giovani», ha concluso Andrea.

ZeroCO2: Piantando alberi salviamo l’agricoltura locale

zeroCO2 cos'è

Piantare alberi in giro per il mondo per combattere contro il cambiamento climatico e aiutare le comunità contadine.

Sono questi gli obiettivi di zeroCO2, una società benefit nata nel 2019 che conta su un’equipe di soli giovani. Età? Tra i 20 e i 30 anni. 

Cos’è zeroCO2?

Andrea Quattrocchi, 22enne del team di zeroCO2 ci ha spiegato nel dettaglio in cosa consiste la realtà in cui lavora da circa un anno.

ZeroCO2 è nata nel novembre 2019 in Guatemala dall’idea di un italiano, Andrea Pesce, e di un guatemalteco, Virgilio Galicia.

ZeroCO2 si occupa di riforestazione ad alto impatto sociale. «Gestiamo progetti in diverse parti del mondo, in particolare in Perù, Guatemala e Argentina».

«Tutti gli alberi che piantiamo sono donati a famiglie contadine generando in primis una sicurezza alimentare grazie ai frutti prodotti dagli alberi e poi un supporto economico perché molti contadini possono rivendere i frutti prodotti in eccesso».

Le operazioni di piantumazione di zeroCO2

Formazione, motore della sosteniblità

Oltre alla piantumazione e alla donazione di questi alberi, zeroCO2 si occupa insieme alla onlus Comparte di formare le comunità contadine locali sull’importanza di un’agricoltura sostenibile.

«Riteniamo che l’educazione sia il motore dello sviluppo sostenibile. Abbiamo sviluppato una tecnologia per il tracciamento e la trasparenza chiamata Chloe», ha spiegato Andrea.

Con un Qr code, zeroCO2 traccia gli alberi e invia monitoraggi periodici sullo stato di salute a chi aveva deciso, mesi prima, di donarla a una comunità contadina.

ZeroCO2: come funzione Chloe

Social e successi

Grazie al mondo dei social, zeroCO2 riesce a sensibilizzare molto anche i cittadini e soprattutto i giovani sull’importanza della lotta al cambiamento climatico.

«Abbiamo uno stile comunicativo molto diretto alla sensibilizzazione e non esclusivamente al marketing».

In meno di due anni di attività Andrea e Virgilio, con il supporto dei team italiano e guatemalteco, sono riusciti a piantare oltre 380mila alberi in tutto il mondo, aiutando numerose attività contadine e compensando quantità enormi di CO2 immessa in atmosfera.

ZeroCO2 in Italia

«In Italia non facciamo riforestazione perché la copertura forestale nel nostro paese è in crescita – ha detto Andrea -. Qui collaboriamo con delle cooperative sociali a cui doniamo degli alberi da frutto o forestali per inserirli in progetti ad hoc».

Le cooperative usano le piante per attività che variano molto tra loro ma sempre con un forte impatto sociale.

Si passa infatti dalla fattoria didattica per i bambini alla sistemazione di terreni confiscati alla criminalità organizzata oppure a progetti per aiutare gli ex tossicodipendenti o i diversamente abili. «È una vera e propria agricoltura sociale».

Andrea e il cambiamento climatico

Andrea ha raccontato di essersi avvicinato alle tematiche della lotta al cambiamento climatico dopo un viaggio in Indonesia.

«Mi ha aperto molto gli occhi sul problema della sfrenata crescita economica degli ultimi anni. Ho visto delle situazioni di disagio molto pesanti causate dal cambiamento climatico che a differenza di qui si nota molto di più».

Dopo gli studi sulla Sharing Economy, Andrea si è ancor di più interessato alle tematiche del vivere sostenibile e appena si è laureato, ha deciso di guardare un po’ in giro le varie società che in Italia stessero facendo qualcosa di concreto contro il cambiamento climatico.

«Ho contattato Andrea che disponibilissimo mi ha ascoltato, ci siamo conosciuti e ho iniziato a lavorare con loro».

L’opinione della gente

Dopo questo primo anno circa di lavoro con zeroCO2, Andrea ha fatto un bilancio sulle persone incontrate nelle varie formazioni e attività.

«Incontrare qualcuno che non credesse in quello che facciamo non mi è mai capitato. Ho trovato moltissima gente entusiasta del progetto e anche persone che non sanno tanto di cambiamento climatico e non sanno quale possa essere il valore della riforestazione per combattere questo problema».

«Sto trovando molta gente che però si sta aprendo questi nuovi temi con spirito positivo».

Il team di zeroCO2 al lavoro
Il team di zeroCO2 al lavoro

Italia e lotta all’inquinamento

Andrea ci ha poi dato il suo punto di vista riguardo la posizione che l’Italia sta avendo nella lotta al cambiamento climatico.

«Per me non siamo proprio indietro come Italia e come Europa. Stiamo dando l’esempio a tanti altri paesi. Noto però con dispiacere che nel Recovery Fund pochi fondi sono stati dedicati alla conversione green rispetto ad altri Stati come Germania e Francia».

«Siamo indietro rispetto ad altri paesi del nord Europa ma non più avanti di tanti altri. Si può comunque  fare di più».

Il ruolo delle scuole

Per Andrea «è fondamentale l’educazione al mondo sostenibile. Le scuole devono iniziare a integrare materie e a organizzare attività per formare gli studenti sul cambiamento climatico».

«Con zeroCO2 stiamo pensando di organizzare dei progetti proprio con le scuole. Abbiamo pubblicato anche un gioco dedicato agli studenti e realizzato un progetto, Revolution, in cui abbiamo organizzato delle formazioni nelle scuole italiane».

«Io personalmente vedo un interesse maggiore nelle future generazioni – ha sottolineato Andrea -. C’è molta più attenzione verso queste tematiche».

«Ci sono ragazzi che anche da soli si informano su questi argomenti. L’ultima generazione si sta impegnando più di quelle precedenti».

L’esperienza di Andrea

Per descrivere la sua esperienza in zeroCO2 Andrea ha scelto la parola impatto.

«Impatto inteso come un qualcosa di positivo sia sotto il punto di vista ambientale, sia sotto quello sociale. Dal punto di vista professionale poi, zeroCO2 mi ha dato tanto».

Le comunità locali

Le comunità locali che ricevono nuovi alberi da frutto non vedono la cooperazione come un qualcosa che termina all’atto della donazione dell’albero.

«Oggi i cittadini del Guatemala ci vedono come partner e non più come cittadini italiani ed europei che vengono e regalano alberi».

«Loro sanno che la macchina funziona grazie allo sforzo di tutto il team, in Italia e in Guatemala. Abbiamo fatto anche dei primi meeting con loro. Ci hanno trasmesso davvero tante belle emozioni», ha concluso Andrea.

‘Na gioia project: una buona azione al giorno

'na gioia project cos'è

Basta lamentarsi e dire Mai una gioia. È arrivato il momento di fare del bene e rendere felici le persone che ci sono vicine. Nasce così il ‘Na Gioia Project.

Si tratta di un’iniziativa della Gioventù Francescana Campania iniziata il primo gennaio 2021. Oggi ce ne parlerà Domenico D’Angelo, uno degli ideatori.

Dall’inizio dell’anno, cinquanta ragazzi hanno iniziato a stare vicino alle fasce più deboli della loro comunità regalando gioie e sorrisi e risolvendo tanti piccoli problemi.

Le azioni buone portate avanti sono tante: dal fare compagnia agli anziani soli al bar, al donare capelli o sangue a chi ne ha bisogno, al distribuire pacchi alimentari a chi è in difficoltà.

Il logo di 'Na gioia project
Il logo di ‘Na gioia project

Come nasce ‘Na gioia Project?

«La diffusione del motto “Mai una gioia”, in apparenza goliardico, ci ha fatto riflettere. Può nascondere un messaggio pericoloso: la rassegnazione verso la vita», ha detto Domenico.

«Con l’inizio della pandemia poi questa frase ha preso il sopravvento. Volevamo raccontare la possibilità di gioire, il segreto dell’allegria».
Il messaggio è semplice e potente: fare del bene una volta al giorno.

Così Domenico e i suoi, hanno radunato cinquanta ragazzi da diversi posti della Campania.

Ognuno ha un compito: fare la sua buona azione una volta al mese, ha spiegato Domenico. 

«Vedo il mio territorio, mi giro intorno e noto che ci sono tanti motivi di gioia. I giovani sono chiamati a guardare con occhio critico le situazioni che si presentano davanti e coglierne sempre il lato positivo».

«L’idea è: guarda il grigio intorno e coloralo. Crea una semplice opportunità nei casi di maggiore sofferenza».

L’obiettivo dei 365 giorni

‘Na gioia project è iniziato il primo gennaio 2021 e oggi ha raggiunto le 163 gioie, l’obiettivo è arrivare a 365 gioie.

«Questa sfida e questo obiettivo ci gasano come se fossimo all’interno di una missione che tutti vogliamo portare a termine», ha detto Domenico.

«È fondamentale in questo progetto dare valore a tempo. Molti giovani provano una sensazione di incapacità e impotenza davanti al tempo. Non gli si dà valore solo con il lavoro o lo studio, ma anche dedicandosi agli altri». 

Quelli di ‘Na gioia project, sono giovani che hanno vite piene ma riescono a riempire anche quelle degli altri. 

«Noi lo facciamo quasi per “egoismo” – ha rivelato Domenico -. Ci fa stare bene vedere gli altri sorridere, regalare gioie e cambiare piccole situazioni di disagio nelle nostre comunità».

https://www.instagram.com/tv/CHNdmhBKEyQ/

Progettare a distanza

Domenico ha raccontato che all’inizio conosceva solo pochi dei ragazzi e delle ragazze che hanno aderito al progetto.

Il gruppo si è formato e conosciuto online. Anche se a distanza infatti, i partecipanti hanno avuto la possibilità di capire come approcciarsi al meglio alle varie situazioni e a non mettersi a un livello superiore rispetto a chi è in difficoltà.

«Nonostante le iper restrizioni e le zone rosse, ciascuno è riuscito a trovare un esempio ovunque, anche nella propria casa».

Una delle riunioni di 'Na gioia project
Una delle riunioni di ‘Na gioia project

Il potere dei social

Il team di ‘Na gioia project, condivide tutte le storie raccolte, gli aiuti dati e i problemi risolti, sui social.

Sulla pagina Instagram ufficiale dell’iniziativa infatti, ogni giorno attraverso delle foto e dei brevi testi i giovani raccontano le loro esperienze.

«Condividiamo tutto sui social per far assaporare alla gente queste gioie ogni giorno».

Team e partecipanti

Il progetto è stato messo su in primis da Domenico, dal suo amico Francesco e da un’equipe di 5 ragazze. Oggi vanta circa cinquanta ragazzi e ragazze dai 18 ai 30 anni.

I partecipanti non sono tutti Cristiani. «Abbiamo persone di tutti i credi, ideologie. L’importante è arrivare a un obiettivo comune: la diffusione della gioia e del far stare bene gli altri», ha affermato Domenico.

La forza della condivisione

Per descrivere questa esperienza, Domenico ha scelto la parola squadra. «Da solo non puoi pensare di poterti dedicare a questo progetto. La condivisione è stata la chiave di tutto».

«Vogliamo appena sarà possibile vederci da vicino. Se questo progetto avrà un’evoluzione si fonderà sul contatto umano e sulle relazioni…su una grande squadra».

https://www.youtube.com/watch?v=tIdYiBAHxdg

Le storie di ‘Na gioia project

Le storie raccontate sui social sono una più bella dell’altra. Domenico ci ha spiegato che con il progetto hanno dato voce soprattutto ai nuovi poveri.
Una delle gioie infatti ha visto protagonista un musicista che a causa della pandemia si è trovato senza lavoro.

Questo artista ha ricevuto gratuitamente un sito internet per tornare di nuovo a diffondere la sua musica e a guadagnarsi da vivere. 

Ci sono poi persone che per esempio hanno aiutato famiglie in difficoltà o altre che hanno dato lezioni di italiano gratuite agli stranieri per farli integrare.

«Sono idee tutte semplici ma che hanno reso felici gli altri», ha commentato Domenico.

Dubbi e futuro

Domenico ci ha rivelato i dubbi sulla partenza del progetto. «All’inizio abbiamo pensato che potesse essere molto complicato soprattutto per la situazione Coronavirus». 

«Ci siamo resi conto però che c’era e c’è una forte esigenza comune di gioia. Il trend del mai una gioia è falso. Non rispetta ciò che i giovani vogliono».

Quando il progetto è partito, le richieste di collaborazione sono state tante. L’idea è quella di continuare anche l’anno prossimo. Ora però Domenico e tutti i partecipanti sono concentrati sul primo obiettivo: assicurare a tutti una gioia al giorno.

«Noi avevamo paura di cominciare perché il fallimento fa paura quando ci metti la faccia e tutto te stesso. Non ci siamo fatti frenare da questo. Persa una missione infatti, non è detto che non se possa iniziare un’altra».

Le difficoltà

Potendo contare su cinquanta giovani, non è sempre semplice organizzarsi nel lavoro, far conciliare gli impegni di tutti e gestire gli imprevisti.

Proprio per questo, il team di ‘Na gioia project, ha pensato di redigere una lista di gioie impreviste, da scongelare in caso di emergenza. Gesti sempre semplici ma più usuali come portare degli  indumenti puliti al clochard del paese o andare a donare il sangue.

«Un’altra difficoltà è l’estate – ha detto Domenico -. Dire 365 giorni significa che il 25 dicembre devi organizzare una gioia, così il 15 agosto quando vorresti stare sotto l’ombrellone». 

«L’ottica è quella di non far diventare un’ansia raccontare una gioia. Si tratta di vivere una situazione positiva per gli altri circa una volta al mese per ogni ragazzo. Io pensavo quanto fosse assurdo non riuscire a donare un pezzetto di tempo ogni trenta giorni. Dire che non si ha tempo è una bugia».

Far parte di ‘Na gioia project

Per accedere al progetto è stato creato un form Google. I partecipanti si sono prima formati e poi sono entrati in un gruppo Whatsapp per le varie comunicazioni

Ogni mese ci si prenota per quello successivo. «Ciascuno individua la propria gioia che non deve nascere e finire in un giorno ma deve avere una progettualità, deve essere incisiva», ha detto Domenico. Una volta vissuta la gioia, la si condivide attraverso delle foto o dei brevi testi che andranno a finire sui social.

«Il mese scorso hanno aderito dieci nuovi ragazzi. Di tanto in tanto facciamo nuove “chiamate alle armi” sui social – ha concluso Domenico -. Chi è affascinato al progetto può scriverci in privato e vedremo come farlo entrare nel team»

Pc4u.tech, la piattaforma che dona tablet e pc ai più bisognosi

Pc4u: il progetto a sostegno degli studenti milanesi.

Con la didattica a distanza sempre più famiglie e studenti si sono trovati isolati nelle proprie case a causa di carenti infrastrutture. Uno dei problemi maggiori però, da molti sottovalutato, è stata la mancanza di dispositivi adatti al collegamento da remoto.

È da questa necessità che nasce il progetto Pc4u.tech. Quattro 19enni di Milano infatti hanno unito le loro forze e dato vita a una start up capace di raccogliere, sistemare e donare dispositivi usati alle famiglie in difficoltà per garantire lo studio a tutti gli studenti in dad di Milano e dell’Hinterland.

Il team di Pc4u.tech
Il team di Pc4u.tech

Tutto è iniziato con il lockdown

La mente principale del progetto Pc4u.tech è Jacopo Rangone, 19enne milanese. «Pc4u è nato circa un anno fa. Ho avuto l’idea di creare una piattaforma web che potesse raccogliere dispositivi da destinare ai ragazzi in difficoltà economiche di Milano e dell’Hinterland per garantire a tutti di seguire le lezioni anche a distanza», ha detto.

Jacopo ha spiegato che con l’inizio del primo lockdown e della chiusura delle scuole, sentendo amici e coetanei, si è accorto che il problema della mancanza di dispositivi tecnologici per seguire le lezioni (digital device ndr) era molto diffuso.

Ho visto che a Milano non c’era nessun ente che aiutasse in modo efficiente queste famiglie in difficoltà».

Così Jacopo ha deciso di mettersi in gioco. Ha contattato Matteo Mainetti, un suo grande amico che condivide le sue passioni per la tecnologia e per le start up, poi Emanuele Sacco, un ragazzo con numerose competenze tecnologiche che ha portato con sé Pietro Cappellini nella veste di grafico del progetto.

Come funziona Pc4u?

Tutto avviene via web. Il sito, creato dai quattro giovani milanesi, è molto semplice e intuitivo. Ci sono due bottoni: uno dedicato alle donazioni di dispositivi e un altro alle richieste.

I device possono essere donati sia da cittadini e sia da aziende. Grazie all’aiuto di un’organizzazione no-profit e delle donazioni dei cittadini, i dispositivi vengono ricondizionati, sistemati e confezionati per essere direttamente consegnati a casa di chi ne abbia fatto richiesta.

Digital device: un problema diffuso

«Non penso ci sia grande differenza tra le fasce d’età. Il numero di ragazzi senza dispositivi è equamente distribuito tra gli studenti di ogni ordine e grado», ha svelato Jacopo.

«Quello del digital device è un problema concreto in tutta Italia. Pensare che una famiglia su tre in Italia non abbia un dispositivo è assurdo. I numeri anche in regioni “benestanti” come la Lombardia non sono rassicuranti. È grande il problema».

Secondo le statistiche, infatti, nel nostro Paese il 33,8 per cento delle famiglie non ha un tablet o un computer in casa mentre il 57 per cento degli studenti ne ha solo uno e lo deve condividere con tutta la famiglia.

Questo problema per i ragazzi i Pc4u, non si colma con la fine della didattica a distanza e il ritorno tra i banchi di scuola.

La didattica e il mondo infatti saranno sempre più smart e digitali e i supporti tecnologici saranno sempre più necessari per lavorare e studiare.

Jacopo, Matteo, Pietro, Emanuele al lavoro.
Jacopo, Matteo, Pietro, Emanuele al lavoro.

Come assegnate i dispositivi?

Jacopo ha spiegato anche il procedimento di assegnazione dei dispositivi raccolti e donati dai privati. Quando si fa richiesta di un tablet o un pc infatti è necessario inserire il codice fiscale dello studente e il codice Isee.

L’obiettivo è stanare eventuali malintenzionati e dare una mano davvero alle famiglie con fasce di reddito basse.

«Non ci è mai capitato di dover rifiutare qualcuno che avesse un Isee troppo alto», ha detto Jacopo.

La prima collaborazione

«La prima collaborazione aziendale è stata con un fondo che ci ha donato dei portatili e altri dispositivi. Siamo andati a noi a ritirarli in centro a Milano ed è stato molto emozionante».

«Abbiamo tante aziende che ci hanno donato centinaia di dispositivi», ha continuato Jacopo.

Come si apprende dal sito ufficiale di Pc4u.tech infatti, tra le società che hanno collaborato con la realtà ci sono tanti grandi nomi come l’azienda Amadori, la DHL Express Italy e il gruppo Montenegro.

Espansione in altre regioni?

A questa domanda Jacopo ha risposto dicendo: «Stiamo un po’ cercando di capire come l’espansione possa essere possibile per portare altrove in Italia Pc4u».

«C’è bisogno di altri progetti di questo tipo in tante diverse aree del territorio italiano».

Media e successo

Grazie alla loro idea, i quattro milanesi sono saliti alla ribalta delle cronache nazionali venendo intervistati ben due volte dal Tg1. Sono stati ospiti di una puntata di “Che Tempo Che Fa”, trasmissione diretta da Fabio Fazio.

«L’appoggio dei media non ce lo aspettavamo anche se ce lo auguravamo – ha detto Jacopo -. Siamo però consapevoli che il nostro progetto sia l’unione di ingredienti unici come l’inclusione, la pandemia e il digitale.

Quattro ragazzi di Milano di 18 anni che sfruttano una problematica attuale e la risolvono non è una storia di tutti i giorni».

Dad all’estero

Jacopo la didattica a distanza l’ha vissuta all’estero poiché in durante il primo lockdown causato dal Covid, stava studiando in Inghilterra.

«Questo sistema presenta i suoi limiti. Penso che il futuro dell’Italia sia nell’equilibrio. Il digitale non potrà mai del tutto sostituire la didattica in presenza ma ci siamo resi conto dell’importanza del digitale. Credo molto nella didattica in presenza ma il digitale apre a nuovi orizzonti ed è necessario».

«Pc4u? Un’assurdità»

Jacopo ha scelto una parola per definire la sua esperienza nel creare il progetto Pc4u.tech.

«Parola? Direi assurdo. Perché la nostra è stata davvero un’esperienza assurda. Non avremmo mai potuto immaginare tutto ciò. È stato del tutto fuori da ogni schema e previsione. Il susseguirsi di questi eventi non l’avrei mai potuto immaginare in un solo anno».

Futuro e giovani

Il sogno di Jacopo è lavorare nel mondo dell’imprenditoria, delle start up e dell’innovazione. «L’obiettivo è fare qualcosa che mi piaccia applicando le mie passioni».

Parlando del futuro dell’Italia e dell’attuale classe politica Jacopo ha detto: «Penso che in Italia manchi una classe politica con carattere e spessore. Non ci sono forze politiche forti».

«Oggi ci sono solo figure deboli al comando di partiti altrettanto deboli. Quello che mi auguro è che le nostre generazioni possano portare avanti una classe politica più solida, che non sia fondata su una singola persona ma sui progetti che ci sono dietro. Manca progettualità. Sono fiducioso in noi ragazzi», ha concluso. Speriamo abbia ragione.

A 19 anni costruisce una scuola e aiuta centinaia di persone

Samuele Tomaselli, 19enne di Todi

Samuele Tomasselli è un 19enne di Todi che sin dalle medie si è speso per la comunità organizzando iniziative benefiche a sostegno delle fasce deboli.

Con gli anni ha raggiunto grandi risultati riuscendo perfino a finanziare la costruzione di una scuola in Africa e ad assicurare dei beni di prima necessità per i terremotati croati.

I primi passi

«Gli anni delle medie sono stati un periodo buio, ho avuto molte difficoltà a relazionarmi con le persone, non avevo hobby ed ero svogliato – ha esordito Samuele -. Oltre ad avere voti pessimi (6 in condotta e 6 all’esame di terza media), le uniche passioni che avevo erano la lettura e la vocazione verso la Chiesa».

Samuele è uno di tre fratelli e viene da una famiglia che ha sempre avuto un forte spirito religioso.

«Quando con i miei non mi trovavo per niente passavo tutti i pomeriggi all’oratorio della città in cui vivo (Todi ndr)».

«Ho conosciuto quattro ragazzi tra i 20 e i 25 anni che avevano deciso di vivere aiutando gli altri. Avevo 12 anni e per me sono stati un esempio».

Così ha iniziato anche lui partendo dalle raccolte alimentari. Nonostante avesse 13 anni, Samuele ha poi partecipato al Grest, campi estivi organizzati dalla Curia. Aveva duecento ragazzi da gestire come capo animazione.

«È stato il momento più importante della mia vita. Non avendo nessuna ambizione, l’unica cosa che contava era aiutare il prossimo».

I campi di lavoro

Samuele ha dedicato anche l’estate agli altri. Ha partecipato infatti negli anni scorsi a due campi di lavoro: uno a Rimini e uno in Piemonte a Vercelli.

Qui i volontari come Samuele hanno aiutato degli ex terremotati che erano rimasti senza acqua ed elettricità. A causa di una lieve scossa avevano perso di nuovo tutto.

«Finito questo periodo ho continuato ad aiutare i ragazzi dell’oratorio. Quando sono diventato rappresentante di istituto c’è stata un’altra rivincita», ha confessato.

Questo è il terzo anno di rappresentanza per Samuele. È stato eletto sempre come candidato più votato. A scuola ha voluto subito portare progetti simili a quelli che faceva con l’oratorio. «Cercavo sempre di metterci qualcosa di sociale».

I progetti fatti in tre anni sono stati tanti. Dalla band di istituto che si è esibita nelle case di riposo durante il periodo di Natale, ad altre decine di iniziative benefiche che hanno coinvolto tutta la comunità di Todi.

La band di istituto dell'Einaudi
La band di istituto dell’Einaudi

La scuola in Africa

Un altro progetto ideato da Samuele e portato avanti insieme ai suoi amici e professori, è stato la costruzione di una scuola in Africa.

«Tramite il nostro professore di religione abbiamo inviato delle mail alle ditte che fanno panettoni. La Maina ci regalò circa 1200 panettoni e noi siamo andati a prenderli a Varese».

«Li abbiamo impacchettati e li abbiamo venduti raccogliendo 16mila euro. Con una Onlus abbiamo costruito una scuola in Africa con due stanze e un bagno».

La scuola in Africa in costruzione

Le iniziative con il Covid

«Sotto Natale durante il Covid, abbiamo raccolto vestiti e beni di prima necessità che abbiamo poi inviato a 500 famiglie individuate con il settore dei servizi sociali del comune di Todi», ha continuato Samuele.

Il 6 gennaio a pochi chilometri da Zagabria c’è stato un terremoto. La Protezione Civile di Todi si era organizzata per inviare un camion con beni di prima necessità in Croazia.

«Ci siamo organizzati Abbiamo iniziato a ritirare i beni da tutte le famiglie che volevano donarli arrivando a mille pacchi tra vestiti e beni di prima necessità».

«A Pasqua invece abbiamo venduto uova di cioccolato e comprato alimenti di prima necessità che abbiamo destinato alle famiglie con più difficoltà».

La locandina dell'iniziativa pasquale
La locandina dell’iniziativa pasquale

Dubbi e aiuti

«Quando abbiamo fatto la scuola in Africa, il primo a non crederci ero io. Quei compagni che pensavano che non avremmo raggiunto nessun risultato, hanno cambiato idea vedendo come procedevano i progetti».

«Eravamo partiti in 5 e siamo arrivati in 60 e la maggiore soddisfazione è che tra questi c’erano anche coloro che avevano criticato le nostre idee».

Il sindaco di Todi, la Protezione Civile, la scuola e l’oratorio hanno sempre sostenuto i progetti di Samuele dando un valore aggiunto a tutte le sue idee a sostegno delle fasce più deboli della popolazione.

«Non sempre è stato facile. Avevo i bastoni tra le ruote dagli studenti più grandi. Non sopportavano che avessi 16 anni quando ho iniziato come rappresentante – ha detto Samuele -. All’inizio era come se dovessi lottare contro tutto e tutti».

Le prossime iniziative

A fine maggio Samuele organizzerà una raccolta viveri e il banco alimentare come ogni anno.

Le amiche di Samuele al banco alimentare

«C’è una volontà tra i ragazzi indescrivibile – ha rivelato il 19enne con soddisfazione -. Un’altra fortuna è che il nostro dirigente fa parte della direzione della Caritas del comune di Todi e ci dà sempre una grande mano».

Per Samuele la prima parola è osare provocarci sempre. Ci ha svelato il suo motto: «Osare credere, spavaldi essere».

Il futuro

Samuele ha le idee chiare sul suo futuro. «Voglio entrare nel settore finanziario. In qualsiasi posto andrò voglio aiutare chi è lì».

«Mi sono visto in un prima e un dopo. La persona che ero prima è un alter ego di quello che sono ora. Nella mia scuola non mi andava bene com’erano le cose. Così mi sono messo in gioco per cambiarle».

Genitori d’esempio

«In quello che ho fatto non mi sono ispirato a nessuno. È stato sempre importante trovarsi al posto giusto al momento giusto», ha raccontato Samuele.

«Se devo indicare una persona che mi ha aiutato nel percorso sociale ti posso dire la mia famiglia – ha detto-. Anche se alle medie non ci legavo molto. Nei miei genitori vedo il più bell’esempio del passare la vita a servizio degli altri. Si mettono sempre a disposizione per il prossimo».

Il covid

Samuele ci ha poi parlato dell’emergenza Covid. «Come dice sempre una mia collega di consulta: ho un difetto, vedo sempre un bicchiere mezzo pieno».

Il covid ha precluso lo svolgimento di tante attività e idee che Samuele aveva in mente. D’altra parte però, ha spiegato Samuele, gli ha dato possibilità di svolgere attività che nessuno aveva mai fatto prima.

«Il momento più alto che ho vissuto come rappresentante è stata l’assemblea regionale contro le mafie. Ho intervistato, davanti a 25 mila persone, tre esponenti della lotta contro le mafie: qualcosa che nessuno ha mai fatto e che non sarebbe stato possibile senza il covid», ha concluso Samuele.

Avellino, studenti in Dad: tornare per restare. Così no!

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«Restiamo in didattica a distanza fino a fine anno. Noi in classe così non torniamo». È questo l’appello che noi rappresentanti degli studenti delle scuole superiori di Avellino abbiamo rivolto alle autorità.

Con una nota, firmata da 37 di noi, abbiamo sottolineato al sindaco Gianluca Festa, al prefetto Paola Spena e al provveditore agli studi Rosa Grano quelle che sono le criticità che limitano un vero ritorno tra i banchi di scuola in sicurezza.

Ascoltateci!

Abbiamo sottoposto a tutti gli studenti delle scuole superiori che hanno aderito al documento, un sondaggio. Abbiamo chiesto se fossero intenzionati a un eventuale ritorno in presenza.

Su 4852 votanti, ben il 96,5 per cento (4684 persone) hanno dichiarato che ritengono sia opportuno rimanere in Didattica a Distanza fino a fine anno.

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Una bambina in didattica a distanza

I troppi problemi

Purtroppo i problemi per un ritorno in classe in presenza sono davvero tanti. Dopo aver ascoltato gli studenti e le studentesse delle nostre scuole abbiamo riassunto quelle che sono le esigenze della stragrande maggioranza in diversi punti:

Utenza eterogenea degli istituti scolastici.

Parte degli alunni degli istituti superiori provengono dai comuni della Provincia di Avellino, molti dei quali purtroppo sono ancora definitib dei cluster Covid.

Questione Trasporti pubblici.

Gran parte degli studenti usa i trasporti pubblici per raggiungere il proprio istituto.

Vista la corposa utenza scolastica locale, l’uso in massa dei mezzi pubblici (carenti da anni e non potenziati a sufficienza in proporzione al numero degli studenti che ne usufruirebbero) potrebbe diventare un modo nuovo di diffusione dei contagi.

Didattica Digitale Integrata poco efficiente.

Già lo scorso Settembre noi studenti delle superiori abbiamo svolto la Didattica Digitale Integrata in diverse percentuali (metà in classe e metà a casa per esempio).

Fin da subito però, la maggioranza degli allievi che seguiva le lezioni da casa presentava grosse difficoltà nell’ascoltare i docenti e le spiegazioni (data la lontananza del pc dalla cattedra e dalle lavagne).

Non tutte le scuole infatti sono dotate di lavagne multimediali con le quali si può condividere lo schermo e farlo vedere a tutti coloro che sono connessi.

Non sono state poche infatti, le volte in cui il docente si vedeva costretto a ripetere il lavoro fatto in classe ai ragazzi on-line.

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Scuole superiori in presenza.

Personale scolastico non vaccinato del tutto

Il personale scolastico in molti casi ha ricevuto solo la prima dose del vaccino contro il Covid e quindi non risulterebbe coperto del tutto.

Ritorno per le quinte in vista dell’Esame di Stato

Gli studenti dell’ultimo anno sono particolarmente allarmati per l’eventuale ritorno in classe in presenza poiché il rischio di un eventuale contagio aumenterebbe.

Dal 16 giugno prossimo inizieranno gli Esami di Stato. Un possibile contagio (suscettibile di quarantena) potrebbe generare non pochi problemi all’intera classe, soprattutto se prossimo alla data di
convocazione all’esame orale.

I sacrifici del comparto scuola

Con l’inizio della pandemia le scuole italiane hanno dovuto cambiare radicalmente le tecniche e le strategie, forse un po’ obsolete, che si adottavano da sempre.

Ci siamo trovati tutti davanti un computer e da un giorno all’altro abbiamo dovuto iniziare a svegliarci la mattina e a sederci da soli dietro una scrivania per ore.

I sacrifici fatti da docenti, presidi, famiglie e studenti sono indescrivibili, come quelli di ogni categoria. Solo chi ha vissuto e sta vivendo questa situazione lo può sapere.

Si è vero il ritorno alla “normalità” è necessario. È però anche un dovere garantire la sicurezza di tutti.

Parliamoci chiaro. Mancano oramai poche settimane alla fine di quest’anno scolastico. Vale davvero la pena rientrare in presenza con tutti i problemi che ci sono? O e meglio terminare le vaccinazioni al personale scolastico e sistemare le strutture in vista di settembre?

Io sono uno studente delle superiori e ci tengo a essere molto diretto. La didattica a distanza non è un sistema perfetto, non è la didattica del futuro ma adesso rischiare, dopo tutti i sacrifici fatti da marzo scorso, non ne vale la pena.

Noi vogliamo rientrare a scuola. Ma vogliamo tornare per restare!

Davide D’Errico, dal vicolo della cultura: “Arrevotiamo Napoli”

davide d'errico arrevotiamo opportunity

Ventinove anni, tanto talento e amore per la propria città: Napoli.

Oggi parliamo di Davide D’Errico da sempre impegnato nella lotta concreta alla criminalità organizzata e ideatore del vicolo della cultura che ha dato nuova speranza a Rione Sanità.

Davide D'Errico
Davide D’Errico

Chi è Davide D’Errico?

«Sono un ragazzo napoletano di 29 anni che viene da una storia personale e familiare molto segnata dalla criminalità. Quando avevo un anno mio nonno fu ucciso dalla camorra poiché non voleva pagare il pizzo», ha raccontato.

«Ci siamo spostati a Marano in un parco che a nostra insaputa era gestito da un camorrista locale. I miei hanno venduto questa casa. Lui li minacciò e loro impauriti, ricordando quello che era successo al nonno, non denunciarono».

Davide ha spiegato di aver vissuto un’infanzia difficile, in una famiglia che non pensi mai possa avere difficoltà economiche.

«Da bambino ascoltavo piangere i miei genitori. Non capivo perché a Natale il nostro Babbo Natale fosse sempre più povero degli altri».

Quella di Davide è una storia di un ragazzo che ha conosciuto sulla propria pelle cosa significa la presenza criminale sul territorio e cosa sia la difficoltà economica.

Davide: 29 anni di anticamorra

«Per questi motivi ho pensato di voler fare qualcosa donando la mia vita. Sono entrato in seminario e dopo tre anni sono uscito innamorandomi di una ragazza. Ho proseguito il mio impegno nell’associazionismo».

«A 18 anni, mentre Napoli era piena di rifiuti, decido di creare la onlus più giovane di Italia che oggi si chiama Opportunity».

Questo impegno ha permesso a Davide e a tutti i giovani come lui di arrivare prima nel Rione Sanità e poi a prendere i beni confiscati alla criminalità per aprire servizi gratuiti dedicati a bambini e famiglie in difficoltà.

«Chiunque si presenta lì viene accolto, sa di trovare una porta aperta. C’è un gruppo di psicologi che accoglie chi è in difficoltà e lo indirizza verso una strada migliore, una nuova speranza.

Il concetto è che dove la criminalità ha tolto e ha impoverito noi dobbiamo arricchire. Se rendono più invivibili i nostri quartieri dobbiamo rispondere generando bellezza».

Il vicolo della cultura

«Se non rigeneriamo i nostri territori e se i ragazzi non hanno opportunità non si va da nessuna parte. È evidente che la strada non sia un luogo di crescita, se ci sono pericoli simili in agguato. La nostra sfida è questa. Un’anticamorra dei fatti e delle opportunità».

Da questo concetto è nato il vicolo della cultura. I muri di quella strada sono diventati biblioteche a cielo aperto.

«La cultura può vincere la criminalità meglio delle manette», ha sottolineato Davide dicendo che le forze dell’ordine da sole non possono risolvere il problema. È necessario l’impegno di tutti.

Le ultime attività green nel Vicolo della Cultura
Le ultime attività green nel Vicolo della Cultura

Oggi il vicolo della cultura è stato portato a Firenze e in altri comuni del nostro Paese. È un modello che crea opportunità economiche.

Un piccolo esempio: il falegname che stava lì da quando è partito il progetto di Davide, ha iniziato a costruire dei piccoli gadget per i turisti. «Quando un qualcosa funziona tutti ci vanno a guadagnare», conferma Davide.

Ora l’obiettivo è rendere più verde e sostenibile il Vicolo della Cultura dopo tutto il lavoro già svolto.

Gli ostacoli incontrati: la politica

Nelle sue tante iniziative, Davide si è dovuto confrontare con la politica locale per permessi e bandi. Sono tante le difficoltà incontrate da chi, come lui, segue le regole.

«Purtroppo la politica vive di una logica di clientele. Noi questo sistema lo abbiamo sempre rifiutato partecipando a bandi pubblici.

Esistono due ostacoli che abbiamo trovato. Il primo è che si definisce un progetto bello solo se la politica può trarne un vantaggio», ha detto.

«Il secondo punto – continua – è la totale incapacità della macchina amministrativa di capire le necessità della comunità e di agire subito. Ci rendiamo conto che c’è una scarsa lettura del territorio e una burocrazia opprimente».

Uno dei tanti esempi, come ha fatto notare Davide, è la casa del Principe della Risata, Totò, che «oggi ancora non ha la dignità che merita».

Antonio De Curtis
Antonio De Curtis

Il territorio

Non sono mancati poi problemi con il territorio. Soprattutto in occasione delle prime iniziative anticamorra infatti, Davide e i volontari della sua associazione hanno incontrato persone che avevano l’obiettivo di minare il loro percorso.

«Come prima iniziativa abbiamo portato i bambini a togliere i manifesti elettorali abusivi dalle mura del Rione…guarda caso erano tutti di uno stesso candidato. Fummo aggrediti e minacciati da alcuni ragazzi».

https://youtu.be/ZJ3H5UNZvqM

«Il giorno prima dell’inaugurazione dei beni confiscati siamo stati avvicinati dalla persona che era stata proprietaria del bene. Uscito dal carcere, dopo anni di reclusione, ci ha detto che quella struttura era sua. Noi abbiamo risposto che aveva ragione…quel bene è suo ed è di tutti: è della comunità”.

Grazie alle tante iniziative guidate da Davide e dai volontari di Opportunity, non ci sono state più dure opposizioni da parte di alcuni cittadini.

Le battaglie di Davide: una risalita

Alla domanda su che parola sceglierebbe per definire il suo impegno nel sociale e per Napoli, Davide ha risposto “risalita”.

«Ti dà il senso della fatica che si fa. Ti dà l’immagine di una meta alla quale devi arrivare, una meta che ci è stata tolta e che ci vogliamo e dobbiamo riprendere».

Davide, durante le scorse elezioni regionali, si è candidato come futuro consigliere e così ha deciso di lasciare la presidenza di Opportunity restando solo come volontario. Anche se per un soffio non è stato eletto, l’impegno per il sociale è continuato.

Puteoli Sacra: opportunità per chi sbaglia

Adesso Davide sta lavorando a un altro progetto: Puteoli sacra che si svolgerà nel rione più antico di Pozzuoli, Rione Terra: un luogo dove sorgono i resti di una rocca romana.

Questo posto diventerà il più grande centro d’Europa gestito da ragazzi e ragazze che in passato hanno sbagliato e sono andati in carcere, ma ora vogliono costruire un nuovo futuro.

Con l’aiuto dei volontari e di altri collaboratori, proveranno a diventare guide turistiche. Davide sarà il manager del progetto.

Arrevotiamo

Davide ha spiegato anche i suoi obiettivi politici. L’idea è quella di lanciare un movimento giovanile, anticamorra e ambientalista: Arrevotiamo.

Le liste saranno formate da giovani che fanno l’anticamorra di fatto, che dedicano il loro tempo agli altri e che non vogliono girarsi dall’altra parte.

Napoli: la peggiore amministrazione

Davide poi ha commentato l’amministrazione comunale napoletana, oggi guidata dal sindaco Luigi De Magistris.

«Per quello che ricordo io che ho 29 anni, è la peggiore. Ha creato tanta speranza che non esiste. De Magistris vede una Napoli liberata che non corrisponde alla realtà. C’è una Napoli degradata, sottoservizi, strade e bus non sono mai stati così abbandonati».

Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris
Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris

«È un’amministrazione che non posso giudicare positivamente. Il sindaco si vanta di aver sanato i debiti del Comune quando abbiamo scoperto che ha quasi 3 miliardi di deficit e di aver scacciato la criminalità dai palazzi di governo».

«Allo stesso tempo però questa amministrazione ha concesso l’uso di ambulanze private a persone condannate e vicine alla criminalità. È un’amministrazione che non mi rappresenta».

«Se non vogliamo consegnare Napoli a una Lega Nord e a un centrodestra che tradisce i valori napoletani – ha concluso Davide – è necessario un movimento nuovo e giovanile già dalle prossime elezioni».