Il bacio di Dorotea salverà Avellino

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«Se Maometto non va alla montagna è la montagna va da Maometto», recita il celebre proverbio. Questo è accaduto nel centro di Avellino.

A piazza Trieste e Trento i cittadini hanno deciso di prendersi cura della zona da soli. Installata anche un’opera d’arte.

Cittadini al lavoro

Dopo tanta burocrazia e voglia di fare, i cittadini di via Masucci, via Roma e Piazza Trieste e Trento hanno vinto e con loro tutta Avellino.

Lo scorso 14 febbraio infatti è stata inaugurata la nuova piazza Trieste e Trento, totalmente gestita dai cittadini della zona.

La riqualificazione dell’area è stata portata avanti dall’artista napoletana, avellinese di adozione, Dorotea Virtuoso che con amore e dedizione ha raccolto gli appelli dei cittadini della zona.

L’opera d’arte

Erba tagliata, aiuole pulite, fiori piantati e una gigantesca opera d’arte. Così appare oggi Piazza Trieste e Trento ad Avellino.

L’artista Dorotea Virtuoso ha deciso di donare alla città l’opera “Il Bacio” che rappresenta due persone che si amano. Il messaggio principale è la rinascita e la speranza di tornare al più presto alla vita “normale”.

L’installazione dell’opera è stata possibile anche grazie alla collaborazione degli ingegneri Massimo Maglio e Alessandro Lima e l’architetto Andrea De Cristofaro

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Una foto dell’opera di Dorotea Virtuoso

Unione tra comune e cittadini

Mesi fa è iniziata la riqualificazione della piazzetta di via Trieste e Trento da parte dell’amministrazione comunale.

L’area era in pessime condizioni. Il vecchio giardino verticale installato anni fa era seccato e le piogge avevano fatto diventare le spugne e le piante secche degli ottimi rifugi per gli insetti. Per non parlare poi della sporcizia che si annidava tra le piante e di come si erano rovinate le sedute e le aiuole.

Dopo tante segnalazioni fatte dai cittadini della zona e non solo, sono iniziati i lavori di riqualificazione della piazzetta.

Tutto è stato rimosso e la struttura è stata dipinta con i colori arcobaleno, simbolo di speranza e rinascita. Gli alberi sono stati potati e le erbacce tagliate.

Il cartello in una delle aiuole di Piazza Trieste e Trento

Ci vorrebbero tante Dorotea…

Il comportamento di Dorotea Virtuoso è solo da ammirare. Lo testimoniano, anche, i tantissimi complimenti che ha ottenuto sui social con la sua iniziativa.

Ora della zona se ne occuperanno i cittadini di via Maffucci, via Roma e via Trieste e Trento guidati da Dorotea.

Loro, dando il buon esempio in primis a chi ci governa e poi a tutta la città, cureranno il verde, la pulizia e la manutenzione della piazzetta.

…e tanta meno burocrazia

Purtroppo come potrete immaginare il processo per adottare uno spazio verde è lungo e laborioso al comune di Avellino.

Tuttavia la volontà e la tenacia dei cittadini è invicibile come è accaduto nel caso di Dorotea.

È necessario però che l’amministrazione comunale sia più vicina alla città e coinvolga i cittadini alla cura della città. Solo così, adottando spazi verdi (una delle mie idee da tempo), curando piazzette e zone di quartiere, si potrà ritrovare il vero senso di comunità.

Avellino: degrado a via Verdi. Ripartiamo da scuole e commercio

Via verdi Avellino degrado

C’erano una volta gli alberi via Verdi ad Avellino, ora è rimasto solo il nome della strada.

Da anni i platani che caratterizzavano la traversa del centralissimo Corso Vittorio Emanuele, sono stati abbattuti e nessuno ha mai pensato di piantarne di nuovi.

Morto un albero non se ne pianta un altro

Nel giro di pochi anni, uno dopo l’altro, sono scomparsi i diversi platani di Via Verdi. Le piante, alte più di venti metri, costeggiavano uno degli ingressi del Carcere Borbonico.

Quella che prima era una zona fresca d’estate, oggi è diventata solo un ricettacolo di rifiuti 

Nessuna amministrazione comunale ha mai pensato di sistemare le aiuole e piantare nuovi alberi nel terreno oggi lasciato all’incuria.

via verdi Avellino
Uno scatto in una delle aiuole di via Verdi.

Platani nuovi? Forse non si può

Al posto dei grandi alberi di via Verdi che, lo ricordo ancora una volta, erano alberi alti oltre venti metri, non si potranno mettere nuovi platani. O almeno per ora.

Quando viene abbattuto un platano malato, infatti, bisogna aspettare oltre quattro anni per far sanare il terreno (che dovrebbe essere trattato in un modo particolare) e poi piantare un altro platano.

Tuttavia niente vieta di piantare nuove piante di specie diversa. Il problema reale è che non c’è mai stato interesse a farlo.

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Una delle aiuole di via Verdi.

Via Verdi: ripartiamo così

Via Verdi è una delle tante zone della città che necessita di una riqualificazione urgente. È vergognoso che attorno a un monumento come il carcere Borbonico, che in altre città sarebbe più che valorizzato, ci sia una strada abbandonata in questo modo.

La prima idea che mi viene in mente, per riqualificare quasi a costo zero Via Verdi, è quella di creare un progetto con le scuole elementari del capoluogo.

Si potrebbero infatti organizzare delle iniziative dedicate all’ambiente. Le scuole  si aggiudicherebbero la cura di uno spazio verde per un determinato periodo.

Ovviamente i fondi per le istituzioni potrebbero essere finanziati con delle sponsorizzazioni mirate o semplicemente con l’aiuto dei cittadini volontari o delle associazioni.

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Il tronco di uno dei platani abbattuti a Via Verdi.

Un’altra idea è quella di affidarsi ai commercianti. Si potrebbero incentivare le attività commerciali della zona ad adottare queste aiuole, a piantare nuovi alberi e a curarle.

Perché i commercianti dovrebbero farlo? Beh, in cambio di incentivi fiscali sulle tasse comunali, come Tosap e Tari, da parte del comune che avendo degli spazi verdi in meno da curare, finirebbe per risparmiare soldi e tempo.

L’albero di Rockefeller Center ha origini irpine: la storia

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L’albero di Natale più famoso del mondo, quello di Rockefeller Center, ha origini italiane o meglio irpine. Sì, avete capito bene. A svelarlo è stata una pagina dedicata ai racconti di personaggi di New York famosi e non, di ieri e di oggi.

L’albero di Rockefeller Center è irpino

Secondo la page New York Tales, infatti, l’idea di mettere un albero al centro di uno dei più grandi complessi privati al mondo nella famosa contea di New York (Manhattan) è tutta irpina.

Degli operai italiani, prima di rientrare a casa, avevano avuto l’idea di installare un grosso abete e di decorarlo come meglio potevano. Era il 24 dicembre sera del 1931.

Pulirono per bene la zona e piazzarono al centro della piazza l’albero. Non avevano luci nè decorazioni e così, con l’aiuto delle loro scale, decisero di usare dei barattoli di vernice vuoti, delle corde da impalcature e altri materiali edili per allestire l’albero.

Il loro datore di lavoro decise di premiarli con un aumento sulla paga mensile.

Cosa c’entra l’Irpinia?

La maggior parte degli operai veniva dalla Campania e precisamente dalla provincia di Avellino. L’idea di piazzare un albero, in quello che oggi è uno dei centri direzionali più famosi al mondo, è stata del capo cantiere, originario di Montoro.

La pagina Facebook lo ha descritto come «un muratore con le mani grandi come badili e il cuore ancora più grande di quelle mani».

Il Natale era un evento molto sentito anche oltreoceano. Per i milioni italiani emigrati all’estero, infatti, questa festività era l’opportunità per passare del tempo in più in famiglia ricordando le tradizioni e le radici che si erano dovute abbandonare.

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L’albero di Natale a Rockefeller Center.

Il dialogo tra gli operai

La page New York Tales ha ricostruito il dialogo tra gli operai che parlavano in dialetto irpino.

Il capo cantiere originario di Montoro, in provincia di Avellino, disse (tradotto dal dialetto irpino): «Prima di andare a casa, potremmo fare una cosa. Mettiamo un bell’albero al centro della piazza e decoriamolo con quello che abbiamo. Poi andremo dalle nostre famiglie a festeggiare il Natale e, al nostro ritorno, l’albero sarà ancora qui».

«Ma non abbiamo niente! Abbiamo solo delle latte vuote di vernice, un po’ di carta stagnola, qualche corda e un po’ di lacci. – risposero gli operai -. Verrà uno schifo, non lo guarderà nessuno e faremo pure una pessima figura»

Il capo cantiere convinse gli operai dicendo: «Verrà bellissimo e ne parleranno tutti».

Anche l’anno successivo gli operai installarono l’albero all’ingresso di Rockefeller Center. Due anni dopo fu la volta dell’inaugurazione del grande centro direzionale.

Per l’occasione le decorazioni dell’albero furono migliorate e ci fu la prima accensione ufficiale. Indimenticabile, come quel gesto di cuore degli operai irpini.

Avellino, “Covid hospital” già durante Colera e Spagnola

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«Tutta la storia non è che una lunga ripetizione: un secolo plagia l’altro», disse Victor Hugo e probabilmente aveva ragione.

In questo periodo di emergenza sanitaria ci siamo resi conto di come tante abitudini adottate nel passato durante le pandemie dei secoli scorsi, sono state rispolverate per fronteggiare il Coronavirus.

Anche Avellino, che per altro ha proprio un palazzo intitolato ad Hugo, ha affrontato diverse epidemie con i lazzaretti. Covid Center prima del coronavirus. Anche allora, come oggi, le parole d’ordine erano isolamento e distanziamento.

I Covid Hotel dell’800

Nelle ultime settimane in Italia si sta sempre più parlando di Covid Hotel per accogliere i malati meno gravi di Coronavirus che non possono restare a casa con i loro familiari.

Questa idea, come potete immaginare, prende esempio dai vecchi Lazzaretti dove i malati seguivano la quarantena in attesa della guarigione.

Oltre un secolo fa anche ad Avellino le amministrazioni comunali avevano aperto ben due “hotel” per i malati meno gravi di Colera e Spagnola.

Dove si trovavano?

A svelare questa curiosità storica avellinese ci ha pensato sui social lo storico Andrea Massaro.

«La città di Avellino ha avuto tra le sue strutture vari lazzaretti in epoche diverse. L’ultima, in ordine di tempo, richiama la terribile influenza, la “spagnola”, che fece 50 milioni di vittime e che infuriò negli anni 1918-20», ha scritto Massaro.

L’esperto della storia irpina ha infatti raccontato che uno dei diversi “Hotel” per i malati si trovava in località Santo Spirito, a pochi passi dall’attuale Parco Manganelli di via Francesco Tedesco.

Questo lazzaretto poi fu messo in vendita insieme ad altri beni importanti della città nei primi anni successivi all’epidemia a causa del forte deficit dei bilanci comunali.

La foto dell’atto di avviso s’asta per la vendita del lazzaretto (Fonte: Andrea Massaro)

Un’altra struttura poi, che risale invece all’epidemia di Colera di fine ottocentro, si trovava tra il Convento dei Cappuccini e la Scuola Agraria.

Storia breve di Avellino: fra re, papi e contesse

Qual è l’origine di Avellino. Sapevate che i Romani hanno sempre considerato le terre d’Irpinia come un punto strategico? E che Ruggero d’Altavilla è stato nominato Re di Sicilia qui dall’Antipapa Anacleto II?

Tutto partì da Abellinum

Secondo alcune ricostruzioni storiche, la città di Avellino è nata intorno all’82 avanti Cristo in un luogo vicino all’attuale capoluogo irpino, precisamente nell’odierna Atripalda..

Si narra che Silla, sconfitti Sanniti e Irpini, fece costruire una colonia militare, Abellinum. L’originale insediamento seguiva i classici dogmi dell’epoca. La città era divisa in cardi e decumeni.

In età repubblicana Roma la dotò di organi istituzionali e fece costruire uno degli acquedotti più grandi dell’epoca che collegava Serino, in Irpina alla città napoletana di Bacoli.

I Longobardi

Con la diffusione del Cristianesimo iniziarono anche qui le persecuzioni. I primi martiri furono Modestino, Flaviano e Fiorentino poi divenuti santi e patroni di Avellino.

I Longobardi distrussero l’antica Abellinum. Gli abitanti si rifugiarono così nell’attuale collina della Terra, dove ore sorge il Duomo e tutta la parte antica di Avellino.

Durante il dominio longobardo, fu costruito anche l’antico castello di cui oggi restano solo i ruderi. Nell’896 per la prima volta si ha notizia di un Oppidum Abellinum. In quell’anno Guido II di Spoleto cercò di attaccare Avellino. È del 12esimo secolo poi la prima testimonianza scritta sui documenti notarili, della presenza del castello.

Il Regno delle due Sicilie nacque qui

Con l’arrivo dei Normanni la città visse un periodo fiorente. Nel 1130 nel Duomo di Avellino, l’antipapa Anacleto II consegnò una bolla a Ruggero II d’Altavilla che anticipò la sua nomina a Re di Sicilia, Calabria e Puglia.

Aveva così inizio il Regno delle due Sicilie. Le dispute tra Ruggero e il cognato Rainulfo, conte di Avellino, però sono sempre più insistenti. Inizia così una guerra tra i due che si estede fino in Puglia.

Ruggero si afferma sul cognato e lo invia a Roma per proteggere l’Antipapa. Così il re di Sicilia ha la possibilità di ristabilire l’ordine e di confiscari anche diversi territori a Rainulfo.

La punizione di Innocenzo II

Lotario, con l’appoggio di Innocenzo II, decise di scendere in Irpinia per fermare l’espansione di Ruggero e per punirlo.

In quel momento però il sovrano era in Sicilia. Il Papa e Lotario entrarono nella città senza molte difficoltà. Così Ruggero decise di punire il suo popolo attaccando e distruggendo il castello e le altre costruzioni.

Intorno al 1400, con l’arrivo degli Aragonesi, la città fu distrutta di nuovo. Troiano Caracciolo infatti si scontrò con Alfonso d’Aragona venuta da Nola proprio per prendere possesso di un nuovo territorio. Dopo un trattato di pace il castello fu ricostruito.

Una grande donna a capo

Nel 1513 Maria de’ Cardona ricevette in eredità la contea di Avellino. Donna di grande fascino e competenze ne fece rifiorire l’economia e la cultura. Maria de’ Cardona creò intorno a sè un circolo illustre e fondò anche l’accademia culturale dei Dogliosi.

La famiglia Caracciolo con Marino II fece proseguire la crescita culturale di Avellino dando ancor più vigore all’accademia.

Tanti ospiti illustri

Il Castello di Avellino fu un luogo di ritrovo per tanti artisti e personaggi illustri. Grazie a Marino II fu trasformato in palazzo reale e così la cultura fu incentivata.

Tra gli artisti che più diedero lustro alla città c’è Cosimo Fanzago, il più prestigioso esponente del barocco napoletano.

All’interno del Castello furono ospitate la regina d’Ungheria e l’imperatrice Maria d’Austria. Passò qualche giorno nel centro storico avellinese anche il principe Zaga Christos, pretendente dell’Etiopia.

Da Masaniello ai moti carbonari

Nel 1647, durante la rivoluzione di Masaniello, i popolani di Montoro cacciarono con forza dal castello il principe di Avellino Francesco Marino. Al suo posto si autoproclamò un certo Di Napoli. Il duca di Guisa, reggente del territorio però, lo fece subito arrestare.

Anche duecento anni dopo, durante i moti carbonari del 1820, Avellino fu protagonista. Ferdinando di Borbone, dopo le insistenti proteste, anche violente, dei cittadini, dovette concedere una costituzione agli abitanti.

Traguardi e danni

Nel 1888 Avellino fu una delle prime città di tutto il Paese ad avere l’illuminazione elettrica pubblica. Dopo l’Unità d’Italia però l’economia crollò e i terremoti del primo novecento provocarono importanti danni.

Il 14 settembre del 1943 Avellino è stata bombardata dagli Alleati con l’obiettivo di bloccare i nazisti. Le bombe, per errore, esplosero nella piazza del mercato causando la morte di circa 3mila persone.

L’obiettivo principale era infatti il vicino Ponte della Ferriera, collegamento strategico per gli hitleriani.

Quei terribili 90 secondi

Un altro evento drammatico che ha colpito la città di Avellino è stato il sisma del 23 novembre del 1980. La terrà tremò per novanta secondi con epicentro in alta Irpinia, tra Conza della Campania e Teora, provocando ingenti danni.

La scossa fu di magnitudo 6.9 e provocò oltre 280mila sfollati in tutta la regione. I morti furono quasi 3mila mentre i feriti 8.848.

A quarant’anni da quel terribile giorno anche il capoluogo mostra ancora le ferite del terremoto che ha segnato per sempre la storia di Avellino.